domenica 23 ottobre 2022

Mandanici nel Lexicon Topographicum Siculum.... trascrizione della voce e considerazioni

 







"Mandanice. Lat. Mandanicis. Sic. Mandanici. (V.D.) Paese detto Mandanichium nei diplomi del Re Ruggiero e comunemente nei pubblici registri. Strappollo ai Saraceni il conte Ruggiero, e lo decorò di nobile monastero di ordine basiliano sotto il titolo di S.M. Annunziata; l’appella il Pirri munitissimo borgo sito a 24 m. da Messina, e presso il fiume del medesimo nome. L’enumera Arezzo trai paesi disposti nei monti sopra lo stretto, ma la vera distanza tra Messina e Mandanice non sorpassa le 20 m. . E dalla spiaggia non se ne contano che 4. Confermando il Re Ruggiero con suo decreto del 1145 il diploma del Conte, in cui si descrivono i confini delle terre appartenentisi al cenobio, conferì al primo abate Filadelfio ogni dritto sui terrazzani che volle esenti sì dal Vescovo diocesano che dai ministri laici di Messina, il che fu poi confermato dal Re Martino: poiché nessuno, dice, oltre l’abate può stabilirvi officiali. Dopo i monaci assunti ad Abati, sino al 1475 fu affidato il cenobio ai chierici secolari, i quali pagano le rendite congruenti per la cosiddetta mensa alla comunità dell’ordine medesimo ed allo Abate regolare: occupano essi però il XXV posto nel Parlamento del Regno, e si hanno soggette le chiese di San Niccola del Celso, e di Santa Maria di Ballomero colla cura delle anime, nella fiumara di Mandanice. Il tempio maggiore del paese sacro a San Domenico e diretto dall’Arciprete si ha 4 Chiese filiali e si comprende nella diocesi dell’Archimandrita di Messina. Erano la case 270 sotto l’Imp. Carlo V e 1030 le anime verso la fine del suo secolo. Contavansi nel 1652 431 case e 1442 abitanti; 330 case nel 1713 e 1146 anime decresciute ultimamente a 1009. Comprendesi il paese nella comarca di Taormina, ne va soggetto all’istruttor militare, e si ha un territorio ricco in vino, seta, biade, adattissimo a pingui pascoli ed a boschi per mantenimento dei porci e delle pecore. Sta in 39° di long. e 38° di lat. . Non tralascio aver letto nel censo di Federico del 1320: Berlingherio de Oriolis per Raccuja ed il casale Mandanichi onze 40, donde potrebbe ricavarsi essersi appartenuto il dominio di Mandanici nel secolo XIV alla nobile famiglia di Orioles, ma essendo perdurato il paese nel vassallaggio dell’Abate da tempo di Ruggiero, direi essere incorsa menda nel censo, poiché dista molto altronde da Raccuglia e siede verso le parti aquilonari della Valle. Il fiume di Mandanice che manca quasi di acque nell’està, pei torrenti che vengon giù dalle colline s’ingrossa nell’inverno, e scaricasi nello stretto appresso il Fiumedinisi.”

 

Vito Maria Amico è stato uno storico, letterato e religioso siciliano, nato a Catania il 15 febbraio 1697 ed ivi deceduto il 5 dicembre 1762. A sedici anni entrò nel monastero di San Nicolò l'Arena di Catania. A trentaquattro anni divenne priore della comunità monastica, ed in seguito fu nominato priore di tutti i monasteri benedettini di Messina, Militello, Castelbuono e Monreale. Ebbe poi la cattedra di storia civile all'Università di Catania, e fondò la prima biblioteca pubblica catanese. Carlo di Borbone lo nominò nel 1751 con atto ufficiale storiografo regio. Fu priore di 25 diversi monasteri e fu anche nominato abate nel 1757. Il suo più noto lavoro è il Lexicon topographicum Siculum (Panormi, 1757-1760), un dizionario topografico che raccoglie informazioni su tutte le località della Sicilia, diviso in tre tomi. Tra il 1855 e il 1858 è stata pubblicata una edizione tradotta e annotata da Gioacchino Di Marzo (da cui è tratta la voce riguardante Mandanici e trascritta sopra). Le informazioni fornite dall’Amico sono di vario genere; di carattere storico, geografico, demografico e amministrativo. La Mandanici, o per meglio dire Mandànice, di cui parla Vito Amico è quella della prima metà del ‘700, periodo di profondi mutamenti. Inizialmente l’autore fa esplicito riferimento al monastero, fondato nel 1100 dal conte Ruggero dopo la cacciata degli arabi da quello che Rocco Pirri definiva “vicus munitissimus” cioè villaggio fortificato. Un secondo importante riferimento è alla conferma del privilegio di Ruggero I fatta da Ruggero II a Messina nel 1145. Il monastero, con il documento sopra citato, aveva confermati e definiti i precisi confini della sua proprietà, e inoltre continuava ad essere autocefalo. Infatti si conferiva al primo abate Filadelfio ogni diritto sui “terrazzani” cioè sugli abitanti del territorio assegnato al monastero, che era molto vasto e più o meno coincide, con qualche cambiamento, al territorio odierno del comune di Mandanici. Tra i diritti dell’Abate vi era ad esempio quello di “portare o condurre o far condurre uomini per abitare liberi in detta tenuta”, oppure quello di giudicare chi commetteva reati. Chi sottostava al monastero era esente sia dal potere del vescovo che dal potere degli amministratori messinesi. L’Amico omette di dire che nel 1220 il cenobio viene assoggettato all’archimandritato del SS. Salvatore. Nel 1430 il re Martino di Sicilia confermava i privilegi sopra spiegati con apposita bolla indirizzata al frate Barchinofrio. Fino al 1475 l’abbazia appartenne ai chierici secolari (per chierici secolari s’intendono i presbiteri che non appartengono ad un ordine religioso), i quali occupavano anche un posto nel parlamento del Regno, al monastero appartenevano le grange di Santa Maria Ballomerio (che secondo alcuni storici è la chiesa di San Sebastiano, dirimpettaia dell’abitato di Pagliara, e “Ballomerio” sarebbe una variante derivata dal nome greco Polimenon, tuttavia dai resoconti della visita regia di mons. Giovanni Angelo De Ciocchis avvenuta nel settembre 1741 risulterebbe una probabile attribuzione alla chiesa della SS. Trinità in Mandanici) e di San Niccola del Celso (San Nicola di Sicaminò). Dai dati demografici risulta un calo della popolazione avvenuto tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700. Precisamente: nel 1652 vi erano 1442 abitanti che nel 1713 divennero 1146. Il Pirri ne riporta 1058 nel 1730 (cfr. Armando Carpo “Mandanici memorie da non perdere” p.24 dove sono riportati i dati della popolazione in un arco di tempo che va dal 1570 al 2011). Il calo registrato potrebbe essere dovuto alla rivoluzione di Messina del 1674, durante la quale si scontrarono i “Merri” e i “Marvizzi”, rispettivamente favorevoli al governo spagnolo e ai francesi. Mandanici in quella situazione si schierò contro gli spagnoli, per cui fu saccheggiato. Vito Amico cita anche la chiesa madre, la quale è intitolata a San Domenico. È noto a tutti come l’odierna intitolazione sia a Santa Domenica, questo potrebbe quindi essere un errore di traduzione oppure di trascrizione, inoltre nel periodo in cui viene redatto il Lexicon Topographicum Siculum, il clero di Mandanici era già stato autorizzato con apposito indulto della Sacra Congregazione dei Riti datato 15 febbraio 1727 a celebrare la festività di Santa Domenica V. e M. con tutti gli onori liturgici del caso.


venerdì 3 giugno 2022

Locadi...

 I nostri amici Lucadoti saranno felici di sapere che gli abbiamo dedicato un post.

Locadi è quel piccolo gruppo di case che sta sulla sponda sinistra della fiumara Dinarini, esattamente dirimpetto alla contrada Natticò. È situato a 325 m. s.l.m., allo stato auttuale è frazione di Pagliara, ma fu comune autonomo fino al 1927. Le sue origini, sono più antiche rispetto a quelle di Pagliara, il nome si rifarebbe a Leocades un centro greco costruito, come Locadi, su un burrone. Fino al 2011 contava circa 40 abitanti, oggi sono molto meno. Al 1948 risultavano 375. Nel territorio di Locadi è presente la torre Sollima, appartenente all'omonima famiglia e anticamente torre di avvistamento. Locadi rimase isolato dopo la costruzione della SP 25 Roccalumera - Mandanici, per cui si rese necessario costruire un ponte sul torrente Dinarini che permette il raggiungimento del piccolo centro. Il bivio per Locadi è posto all'entrata della frazione Badia (Mandanici), nella contrada Utra. Il piccolo centro fu danneggiato dal terremoto del 1908, motivo per il quale si era deciso di far trasferire tutti gli abitanti a Badia, fatto che non si realizzò mai. Per chi fosse interessanto a conoscere altre informazioni su Locadi, consigliamo di consultare il testo "Locadi" del prof. Antonino Ucchino, edito da Intilla nel 2011.

martedì 10 maggio 2022

L'orologio.....

Intere generazioni sono cresciute con i rintocchi dell'orologio, tassativamente ogni quarto d'ora, per chi abita/abitava nelle vicinanze della matrice è forse un po' difficile prendere sonno, ma ci si fa l'abitudine. Da anni scandisce la vita paesana che va avanti. Da tempo immemore Mandanici dispone del suo "pubblico oriloggio", in alcuni documenti risalenti al '700 risulta che l'università di Mandanici spendeva una somma annuale per la manutenzione dell'orologio, presumibilmente meccanico (per approfondire consultare "Appuntamento a Mandanici nel 1747"  di A. Carpo). Del tipo di orologio che era presente agli inizi del '900, non abbiamo notizie. Verosimilmente doveva essere di tipo meccanico, ancora nel campanile sono conservati i contrappesi che lo facevano funzionare. Negli anni '50 - '60 l'amministrazione Fasti si interessò della sua  riparazione. Il sindaco Fasti spesso raccontava di essersi recato a Palermo, fino a quando non fu ascoltato non se ne andò dalla sala di attesa dell'ufficio al quale si era rivolto. L'orologio era indispensabile, i contadini che andavano a lavorare in campagna dovevano poter rendersi conto dell'orario. Poi arrivò l'idea di installare una sirena, che puntualmente suonava alle 16:30.  Il quadrante dell'orologio presentava numeri arabi, qualcuno ricorda anche che fosse lesionato. Arriviamo  così al 2000. Con quel restauro il quadrante venne sostituto con quello attuale, con i numeri romani. Nelle ore notturne, l'orologio era abbellito anche da una retroilluminazione (fino  a qualche anno fa).

Foto di Gabriele Ciatto

lunedì 9 maggio 2022

EVVIVA LA GRAN SIGNURA MARIA! PELLEGRINAGGIO A TINDARI 2022

Grande gioia a Mandanici  per il pellegrinaggio a Tindari, tradizione che riprende dopo la fine dello stato di emergenza. A causa della pandemia, che ha stravolto tutto, si sono saltate ben due edizioni del sentito evento (2020 e 2021). Quest'anno, per via della chiusura della matrice chiesa dovuta ad un distacco di intonaco avvenuto a dicembre 2021, la partenza e l'arrivo del pellegrinaggio sono avvenuti alla chiesa della SS. Trinità. Con grande felicità  e devozione verso la Madonna nera i pellegrini si sono incamminati per l'impervia strada di montagna, che varcando i Peloritani giugne sulla costa Tirrenica. Accompagnati, come sempre, dal suono del tamburo di Antonio Sturiale. Il pellegrinaggio ha origini molto antiche, la tradizione vuole che la devozione sia nata in seguito alla liberazione  da parte della Vergine da un'invasione di formiche rosse; motivo per cui i pellegrini vengono detti "fummiculari". Altra notizia che riguarda le origini della tradizione risale al '500. In tempo di Sant'Uffizio, potente inquisitore in Sicilia era l'arcivescovo di Patti  don Sebastian Bartolomeo. Le popolazioni si recavano da quest'ultimo in segno di rispetto e portavano delle offerte. Proprio durante il periodo dell'Inquisizione, Mandanici venne coinvolto in quei fatti, per la presenza di diversi aderenti alla dottrina luterana. Seguirà articolo di approfondimento. (Foto di Peppe Mano, rientro del pellegrinaggio, quartiere SS. Salvatore)

giovedì 14 aprile 2022

La Settimana Santa...... ricordi e tradizioni

 La Settimana Santa è un momento molto importante nella religione cristiana, in quanto precede la resurrezione di Gesù Cristo. Questo articolo ha lo scopo di riportare alcune delle tradizioni che caratterizzavano i giorni che precedono la Pasqua a Mandanici. Cominciamo col ricordare ciò che avveniva in occasione della Domenica delle palme. Veniva organizzata una processione che partiva dalla chiesa della SS. Trinità, in testa al corteo vi era l'arciprete a dorso di un mulo, seguito dai vari ministranti e dai fedeli. Dopo aver attraversato il corso Mazzullo, la processione volgeva alla matrice chiesa. Arrivato davanti al portale del duomo, l'arciprete batteva tre colpi con l'asta della croce ed esclamava: "IAPRITI LI POTTI DI GERUSALEMME, CHI U VOSTRU SIGNURI E' CCA' FORA CHI SPETTA", i battenti del massiccio portone in stile siciliano (risalente al 1705) venivano spalancati, e la folla fuori e dentro la chiesa gridava: "SUPRA U SCICCAREDDU C'E' U FIGGHIU DI MARIA CHI E' TANTU BEDDU!! KYRIE ELEISON, KYRIE ELEISON, KYRIE ELEISON!!!!". Seguiva la messa.  Il Giovedì Santo gli "addetti" al campanile, come i signori Concetto Stracuzzi, Agatino Caminiti, Angelo Miano e Nino Urso, si occupavano di legare le campane, che non dovevano suonare fino alla domenica di Pasqua, "I campani 'ttaccati" in segno di rispetto per Gesù morto. Il Venerdì Santo era (fino a prima della pandemia) il giorno della processione delle varette. Era tradizione (quest'ultima scomparsa da circa 25 anni)  che i bambini, indossando le tuniche da ministranti, girassero per le vie del paese, portando una piccola croce, con le cosiddette "trocculi" e i "firrigniddi", invitando la popolazione a recarsi in chiesa al grido di "CURRITI TUTTI C'U SIGNURI E' SULU, CURRITI TUTTI C'U SIGNURI E' SULU!!". Successivamente, dalla chiesa madre, partiva la cosiddetta "prucissioni di varetti", che venivano portate da bambini e adulti. Le varette sono quattro: l'Addolorata (a Mathri 'Ddulurata), il Signore in croce, l'Ecce Homo (l'Acciomu Cabbarusu) e la vara del Cristo morto (u Signuri mottu 'nta cascia); il percorso era quello classico di tutte le processioni, toccava quindi tutti i quartieri del paese. Una caratteristica di questa processione, notata da Alessandro Caminiti (il quale la riporta anche nel suo scritto alle pagine 112-118 del libro "Da Mandach a Mandanici) riguarda proprio la vara del Gesù morto, che solitamente è molto distante da quella dell'Addolorata, la quale chiude il corteo. E' tradizione antica che in quella processione la Madre non debba mai "vedere" il figlio morto, ciò si presenta come una sorta di inseguimento quindi. La Madre disperatamente cerca il figlio morto, che per pietà le viene sottratto. Il famoso etnologo siciliano Giuseppe Pitrè riporta in un suo scritto che questo genere di processioni richiamerebbe per certi versi il mito di Eleusi. Il mito riguarda la vicenda di Cerere, dea delle messi, iniziata con il ratto della figlia Proserpina da parte di Ade, dio del regno dei morti. Cerere rompe così i legami con Giove, e va a vivere con gli uomini dando loro insegnamenti sulla coltivazione dei campi e sul vivere civile con la speranza della felicità nell'oltretomba. La speranza, se pur vana, di Cerere era la ricerca della figlia. Vi sono molti parallelismi, la ricerca dei figli, l'intreccio di morte e risurrezione con i cicli delle colture agricole. La Pasqua nel nostro calendario cade proprio agli inizi del risveglio primaverile dei campi. Il momento finale e più bello della Settimana Santa è indubbiamente la domenica. La risurrezione di Cristo viene annunciata dal suono della campana "a longu", oggi automatizzata, ma che un tempo veniva suonata tramite una corda e necessitava la forza di tre o quattro uomini. In quel momento era comune sentire la frase "U loria sunò e a cuddura si spizzò" "il Gloria è suonato e la cuddura si è spezzata" (la cuddura è il dolce tipico del periodo pasquale, preparato in vari modi, in tutta la Sicilia). 

g.c.

Le "varette" in piazza Duomo (Foto di Enzo Mafale)

Andrea Lucchese Palli e i legami con Mandanici

Andrea Lucchese Palli nacque a Messina il 16 apr. 1692 (fu battezzato il 24) da Fabrizio, duca di Adragna dei principi di Campofranco, e da ...